Nel post valutazioni azionarie e rendimenti attesi avevo cercato, qualche settimana fa, di spiegare perché dei mercati azionari sottovalutati sono un’opportunità. Avevo mostrato la tendenza dei multipli valutativi a regredire, nel lungo periodo, verso il loro livello medio e la tendenza degli utili a crescere, nel lungo periodo, a tassi sorprendentemente stabili. Dalla combinazione di queste due “costanti” nella storia dei mercati azionari dell’ultimo paio di secoli era facile derivare la conclusione: valutazioni di mercato inferiori alla media (come le attuali) preludono a cicli caratterizzati da rendimenti superiori alla media.
Il…
Scrivevo ieri, nel post valutazioni azionarie e rendimenti attesi, che i mercati azionari europei sono più sottovalutati di quelli americani. Per questi ultimi offrivo diversi dati puntuali relativi ai massimi di sottovalutazione toccati al fondo dei grandi bear market del passato e una stima aggiornata del CAPE, ossia del rapporto tra il prezzo e la media decennale degli utili. Ma non altrettanto riuscivo a fare per i mercati di casa nostra, dei quali mi limitavo a desumere la sottovalutazione da una stima sui rendimenti attesi prodotta a fine gennaio da GMO, il gruppo d’investimento guidato da Jeremy Grantham.
Ora ho trovato il dato mancante…
A ottobre, nel post Punto di svolta, scrissi che ero diventato compratore di azioni. Dopo aver giocato in difesa o scommesso al ribasso per quasi un anno e mezzo, sostenevo che la sottovalutazione dei listini azionari era diventata tale da convincermi ad accumulare gradualmente delle posizioni lunghe, ossia rialziste. Ora che gli indici hanno fatto un altro tonfo, violando con decisione i minimi dello scorso autunno, è giusto chiedersi se quella mia scelta non sia stata sbagliata.
Per rispondere, prenderò le mosse da quanto ha scritto Warren Buffett (nella foto in alto) nella lettera annuale agli azionisti di Berkshire Hathaway, di >> continua a leggere
Esiste una regola aurea dell’investimento azionario? Penso di sì. L’ha formulata il più grande investitore di tutti i tempi, Warren Buffett, e recita così: “Sii timoroso quando tutti sono avidi, avido quando tutti sono timorosi.” Se questa massima, semplice e paradossale, è aurea è perché, come Buffett dimostra da oltre mezzo secolo, si è rivelata nel tempo straordinariamente redditizia. E una riprova della sua efficacia, che va oltre l’eccezionalità di un caso individuale assumendo quel carattere di generalità che esigiamo, appunto, da una regola, sta in un grafico che ho già di recente utilizzato ma che merita qualche >> continua a leggere
A cavallo dell’ultimo fine settimana di ottobre, quando gli indici di Borsa americani sono ridiscesi verso i minimi del 10 ottobre e quelli europei e asiatici sono sprofondati ancora più giù, ho di nuovo acquistato azioni. E qualcosa ho comperato anche nell’ultimo paio di giorni. Nei momenti di massimo sconforto e paura, ho preso atto di quello che faceva la massa e mi sono regolato di conseguenza: ho fatto l’opposto. Nel mio portafoglio di attività finanziarie, i titoli azionari, che avevo drasticamente tagliato al 15% già nella prima metà del 2007, sono così arrivati a costituire una quota del 55%.
Per la mia età, condizione >> continua a leggere
Nell’ultimo paio di settimane il mio punto di vista sui mercati è cambiato. Chi ha letto il blog sa quanto io sia stato negativo – sin dai miei primi post nella primavera del 2007 – sulle prospettive del ciclo economico e delle Borse e quanta cautela abbia invitato a esercitare mentre montava quella che avevo descritto, ben prima che il processo entrasse nella sua fase acuta, come una gigantesca bolla del credito in procinto di trasformarsi in un’epocale crisi finanziaria (vedi ad esempio i post La prima bolla davvero globale, Le banche i mercati e la bolla del credito o Buffett, Gross e gli schemi di Ponzi delle banche). Ciò che poteva >> continua a leggere
Un articolo apparso su Bloomberg News qualche giorno fa ha attirato la mia attenzione. Si trattava, d’altra parte, di un’”esclusiva” pubblicata con grande risalto e dal titolo sensazionale: “S&P 500 Stocks Are 45% Cheaper Than When Index Last Hit Record” (I titoli dell’S&P 500 sono il 45% meno cari di quando l’indice toccò i massimi del 2000”). Ne riporto, in una mia traduzione, alcuni passi salienti.
“I titoli dell’indice S&P 500 potrebbero essere ancora un “affare” dopo che il benchmark azionario americano ha sorpassato i massimi del 2000. In rapporto agli utili storici, i titoli sono infatti meno >> continua a leggere